
Ombre di Celluloide: May el-Toukhy e la lotta contro l'invisibilità femminile a Venezia
Una riflessione sul silenzio strutturale che soffoca le registe nel panorama cinematografico internazionale
Nella laguna veneziana, dove il luce si frange sulle gondole come pennellate di Canaletto, la 78ª Mostra del Cinema ha accolto un sussurro che diventa grido: May el-Toukhy, regista danese in concorso con il film "Woman Unknown", ha portato sul Lido non solo una narrazione femminile, ma una diagnosi lucida sul malattia che affligge il sistema cinematografico globale. La sua opera, costruita attorno a una protagonista che si aggira tra uffici vuoti e corridoi silenziosi, è uno specchio in cui si riflette l'invisibilità strutturale delle donne dietro la macchina da presa. El-Toukhy non si limita a denunciare una semplice disparità numerica; individua invece una radice più profonda, un'architettura di potere che, come le colonne di un tempio dorico, sostiene una visione monolitica del racconto cinematografico, relegando le voci femminili a margini ornamentali.
Il riferimento storico è inevitabile: già negli anni Venti, registe come Alice Guy-Blaché e Dorothy Arzner lottavano per trovare spazio in un'industria dominata da uomini, eppure i loro nomi furono quasi cancellati dai manuali di storia del cinema. Oggi, nonostante le iniziative di festival e le quote di genere imposte da alcuni enti finanziatori, la percentuale di registe presenti nei concorsi principali resta ostinatamente sotto il 20 %. El-Toukhy richiama questa continuità, paragonando la situazione attuale a un palinsesto medioevale dove il testo originale, quello delle donne, è stato raschiato via per far posto a nuove scritture maschili, lasciando soltanto tracce sbiadite che solo un occhio attento può decifrare.
Analizzando "Woman Unknown", si percepisce come la regista utilizzi il linguaggio visivo per rendere tangibile l'assenza: inquadrature lunghe che indugiano su porte chiuse, giochi di luce e ombra che suggeriscono presenze appena percepite, una colonna sonora che si spegne proprio quando il personaggio femminile tenta di parlare. Queste scelte stilistiche ricordano le tecniche di Antonioni nel suo "Il deserto rosso", dove l'alienazione emerge dal rapporto tra figura e ambiente, ma qui l'alienazione è di genere, una frattura che si insinua nella trama stessa della narrazione.
Le implicazioni di questa denuncia vanno oltre il festival. Se il cinema è, come affermava André Bazin, "una finestra sul mondo", allora la persistente esclusione delle donne da dietro la macchina da presa significa che metà della realtà rimane fuori campo, distorta o semplicemente omessa. Questo ha effetti a catena: meno modelli femminili ispirano le nuove generazioni, meno storie particolari trovano spazio nell'immaginario collettivo, e il rischio è quello di consolidare un canone che, pur evolvendo formalmente, resta sostanzialmente monocolore.
El-Toukhy propone, infine, una via d'uscita che non si basa su provvedimenti tampone, ma su una revisione strutturale: finanziamenti condizionati alla parità di genere nei ruoli chiave, programmi di mentorship che attraversino le scuole di cinema come le botteghe rinascimentali, e una critica che sappia leggere i testi non solo per ciò che mostrano, ma per ciò che tacciono. Solo così la Mostra del Cinema di Venezia potrà tornare a essere non solo una vetrina di bellezza formale, ma un vero laboratorio di uguaglianza, dove le ombre di celluloide finalmente lasciano spazio alla luce di tutte le voci.
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Articolo riscritto e rielaborato da CultureHub di Nexus News AI con un point of view editoriale originale.
